Settembre 2000

Secondo appuntamento con la poesia e la narrativa. Questa volta abbiamo scelto una breve riflessione di un nostro utente internet.

Ci è perventuta al nostro indirizzo di posta eletronica: [email protected] al quale i lettori possono indirizzare le loro opere.

Chi trovasse più comodi e pratici i metodi classici di spedizione, può usare la posta o il fax, inviando il materiale alla Redazione di Monitor, Via Paludi, 3 – 38014 Gardolo (TN).

Il lavoro del giovane amico torinese non ha ne il taglio della poesia, ne quello del racconto breve; piuttosto è una sorta di meditazione strutturata come una fiaba. Lungi però dall’essere anacronistica o banale. Attraverso queste righe l’autore ci pare voglia evidenziare un malessere interiore comune a tanta gente. Assomiglia in un certo senso a uno di quei brevi racconti di Oscar Wilde (come il Giagante egoista) in cui alla fine si propone una morale.

La proponiamo al giudizio dei lettori della nostra rivista e agli utenti di Internet.

I commenti li potete inviare all’indirizzo: [email protected]

C’era una volta…

C’era un volta un mondo assurdo, vuoto, spaventoso. Era popolato da persone simili a burattini. Marionette mosse dalle mani della finzione. Un mondo in cui le persone cercavano di nascondere la tristezza con la recitazione. In cui per sopravvivere bisognava fingere, illudersi di non capire quello che stava accadendo. Bisognava cercare uno scopo in oggetti senza senso. Si doveva credere in pezzi di plastica anzichè in sè stessi. Si doveva sperare nella tecnologia anzichè in Dio. Era un mondo avvolto da inutili formalismi. Un mondo in cui contava solo quanto avevi, ma non quanto valevi. La cattiveria e l’egoismo complementavano la stupidità dando vita a sentimenti orribili. Dando vita a zone di quel mondo, vicine tra loro, dove da una parte la gente inpotente moriva di fame mentre dall’altra pagava incredibili somme per morire. Niente era più basato sui sentimenti, ma tutto era costruito su insensati pezzi di carta. Eppure la gente sacrificava la propria vita ad essi. Era un mondo in cui non serviva dare un senso all’esistenza, perchè in realtà nessuno si rendeva conto di esistere. Ma la cosa peggiore tra tutte queste, la cosa che più di tutte rendeva questo mondo così spaventevole era che nessuno pareva accorgersi di tutto ciò. La gente aveva imparato a fingere da credersi realmente felice. Aveva calpestato i sentimenti da non rendersi più conto di ciò che realmente contava. L’illusione aveva talmente reso reale l’incubo da sostituirlo alla realtà. Le persone s’impegnavano tutte ad assumere comportamenti innaturali, a fare cose illogiche, a distruggere i propri sentimenti e se non ti conformavi eri considerato anormale, se preferivi ragionare eri scartato, e se non volevi calpestare i tuoi sentimenti eri infine escluso. Fortunatamente, però, in quel mondo era rimasto ancora qualcuno che rifiutava tutto ciò, preferendo i veri valori, che creava arte anzichè oggetti insensati, che preferiva ammirare la natura, rifugiandosi nella sua bellezza anzichè distruggerla. Era ancora presente qualche animale capace di insegnarti molto, mostrarti gratitudine e riempirti d’affetto. Purtroppo tali persone erano sempre meno, e il manto di finzione e insensatezza avvolgeva sempre più tutto e tutti. Ma finchè ci sarà qualcuno ancora capace di non farsi distruggere continuerò a sperare, sopportando la malinconia e l’enorme tristezza, finchè un giorno queste non mi avranno sopraffatto. E quando quel giorno arriverà, sarò felice di avercela fatta, di non essermi fatto intrappolare. Quel giono andandomene ripenserò a queste mie parole provando gioia, perchè da quel giorno in poi potrò davvero dire: c’era una volta…

Antonio Pinzone Vecchio Torino